Testo 6 Gen 10 note Emmanuelnegro: La situazione del caso Battisti

emmanuelnegro:

Cerchiamo di mettere un poco d’ordine, per quanto possibile, in mezzo alla caciara in corso. Premessa: la situazione è oggettivamente incerta ed incasinata, quindi per il momento va preso tutto con le pinze.

Il punto centrale sembra essere la “conformità” o meno della decisione di Lula di non concedere l’estradizione con le tre (sì, tre) sentenze del STF (Tribunale Federale Supremo, la corte suprema brasiliana): le due “originali” del novembre 2009 e quella oscuramente passata sottobanco solo un mese dopo, frutto delle manovre di presidente e vicepresidente, la coppia destrorsa e anti-lulista Gilmar Mendes/Cezar Peluso (molti osservatori brasiliani hanno qualificato Mendes negli ultimi due anni come “il maggior oppositore politico di Lula, pur non essendo ufficialmente in politica”, per dire). Rivediamo quindi un istante il contenuto di queste tre sentenze.

Il processo di estradizione 1085 (cioè il “caso Battisti”) viene finalmente giudicato dal STF, dopo mesi di rinvii, nel novembre 2009; la Corte è completamente spaccata in due sul da farsi. L’atto stesso di ammettere di giudicare, su richiesta dell’Italia, il caso viene considerato da vari giuristi brasiliani un ingerenza quando non espressamente un’illegalità: il Ministro della Giustizia Tarso Genro, infatti, aveva già concesso a Battisti lo status di rifugiato in gennaio, il che secondo alcuni renderebbe illegittima la tramitazione stessa del caso davanti al Supremo. Ma Mendes ritiene il processo ammissibile, e non vi sono nel sistema giuridico autorità al di sopra di lui che possano sovvertire la decisione di metter mano ad un atto - la concessione dello status di rifugiato - che è di natura eminentemente politica, prerogativa del potere esecutivo, del governo.

Lo scoglio su cui tutto l’iter si arena è proprio questo: di chi sia, entro la legge brasiliana, tale prerogativa in ultima istanza, e se essa sia soggetta a condizioni. Dato che una decisione univoca appare irraggiungibile, la Corte finisce col dividere, salomonicamente, l’oggetto del contendere in due questioni separate: 1) se il rifugio concesso direttamente dal Ministro della Giustizia sia valido o sia (come perora l’Italia) nullo, e 2) a chi spetti l’ultima parola sulla concessione o meno dell’estradizione che l’Italia richiede. Le dichiarazioni dei 9 ministri sono accalorate e interminabili: la decisione si trascina per tre sedute consecutive. Alla fine l’esito è assolutamente pilatesco.

Dapprima, per 5 voti a 4, il Supremo decreta che il rifugio concesso dal Min. della Giustizia è nullo, in quanto “non sussistono le motivazioni addette per la concessione dello status di rifugiato”, ossia, si nega la tesi di Genro secondo cui a Battisti il rifugio va concesso per “ragioni umanitarie” legate alla sostanziale iniquità delle condizioni politico-legali in cui Battisti fu processato. Genro, in una ponderosa e magistrale disamina degli anni di piombo, in cui citava tra gli altri Bobbio e persino Cossiga, scriveva tra l’altro che:

negli anni Settanta, lo stato italiano reagì [al “terrorismo di sinistra”] non solo applicando norme giuridiche già in vigore, ma anche creandone di nuove ed “eccezionali” […] che ridussero le prerogative della difesa degli accusati di sovversione e/o di azioni violente, compresa l’istituzione della “delazione premiata” [gli sconti di pena ai pentiti, ndt], della quale si servì il principale accusatore di Battisti. 

Il Supremo, in sostanza, invalida la decisione di Genro in quanto ritiene che l’elemento fondante di tale decisione - la natura politica sia dei delitti che delle condanne - non sussista; secondo il relatore Peluso - e la rosicata maggioranza che lo segue - Battisti non solo non sarebbe né sarebbe mai stato un perseguitato politico, ma nemmeno i crimini stessi per i quali è stato condannato sarebbero delitti politici: sarebbero delitti comuni, e Battisti un criminale comune. Pare incredibile, ma Peluso e Mendes riescono a convincere l’ultimo indeciso e la spuntano.

Resta però ancora da decidere circa la seconda questione; stavo per scrivere “infine” ma questa è una parola che in tutta la vicenda è bene evitare (e lo vedremo di seguito). Dunque, il Supremo deve esprimersi sull’attribuzione ultima della prerogativa di concedere o meno una estradizione. Già con il solo fatto di discutere la questione il STF rinnega se stesso, sovvertendo la propria precedente giurisprudenza in materia formata in casi precedenti. Ad ogni modo, alla fine di un altra sessione-fiume, ed anche stavolta per 5 a 4, il Supremo stabilisce il “diritto” (un diritto che in verità già esisteva, mai messo in discussione prima) del Presidente della Repubblica di decidere sull’estradizione. In sostanza il STF prende non solo una decisione pilatesca, ma scarica la patata bollente direttamente nelle mani di Lula; è una trappola politica, molto evidente nel periodo in cui si avvicinano le elezioni, tanto più perché la candidata di Lula alla successione è a sua volta una ex guerrigliera, una che durante la dittatura ha partecipato alla lotta armata (argomento che i media borghesi rivangheranno per tutto l’anno pre-elettorale, agitando lo spauracchio dei komunisti kattivi).

Gilmar Mendes avrebbe già di che essere soddisfatto: il trabocchetto teso a Lula è un gioiellino di perfidia politica, roba che lo farebbe venite duro a Berlusconi. Ma l’astioso reazionario non è ancora contento: lasciare comunque al Presidente l’ultima parola non gli va giù, e quindi ecco che trama, mentre gli occhi di tutti sono ormai lontani dal caso Battisti, un ulteriore ribaltone a sorpresa - ed un ultimo busillis a cui aggrapparsi per rimettere comunque in discussione quella stessa prerogativa presidenziale che era appena stata sancita.

Le due decisioni di novembre impiegano mesi ad essere formalizzate e pubblicate - lo saranno, pensate, solo in aprile, giusto per entrare in piena campagna elettorale… - e solo poche settimane dopo che il Supremo sembrava aver detto la sua ultima parola, Mendes compie un’altra acrobazia giuridica con triplo salto mortale: in una sessione “addizionale”, originata da oscure manovre tra la cupola del Supremo e i rappresentanti dell’accusa italiana, riesce a far approvare una “mozione d’ordine” talmente inqualificabile che il suo stesso collega Marco Aurélio de Mello, forse il più autorevole giurista brasiliano, la definisce ad alta voce un “ribaltone”: strappando il consenso al più “molle” ed indeciso dei membri della Corte, Mendes ottiene che si emendi la seconda decisione di novembre aggiungendo l’obbligo che il Presidente, nel decidere sul caso di estradizione, si attenga al trattato bilaterale tra Brasile e Italia in materia. Questa precisazione, lo dovrebbe capire anche chi non sappia nulla di diritto, è una ovvietà assoluta, una precisazione inutile su un fatto del tutto scontato (come se si dicesse “il Presidente è tenuto a rispettare le leggi… uhm, ok, in Italia questo esempio è meglio lasciarlo perdere, ma mi avete capito). Una capziosità del tutto superflua insomma, ma ricercata con una precisa intenzione: quella di servire da pretesto per possibili manovre future, per avere una minuzia a cui aggrapparsi per togliere un’ultima volta dalle mani di Lula la decisione finale sul destino di Battisti e riportare il caso in seno al Supremo stesso. 

Questa è la vicenda giuridica che conduce al 31 dicembre scorso e alla decisione di Lula. credo sia ormai evidente a tutti che anche in Brasile il caso Battisti è stato trasformato in un caso politico per eminenza. Mendes e l’ala reazionaria del STF hanno trasformato Battisti in strumento delle loro manovre contro il governo di sinistra: una carta da giocare ripetutamente, per agitare davanti alla borghesia brasiliana lo spauracchio dei “rossi” e farli apparire come degli amici dei “terroristi” e dei violenti, spregevoli di leggi e trattati, pericolosi come se volessero consegnare il Brasile a Stalin in persona.

Nulla di tutto questo è servito, fortunatamente, ad alterare le sorti delle ultime elezioni; anzi, la neoeletta presidentessa Dilma Rousseff gode ora di una maggioranza parlamentare ancor più ampia di quella di Lula, ed anche all’interno del STF stesso il pensionamento di due magistrati potrebbe aver spostato qualche equilibrio (ma a presiedere la corte è tuttora Peluso, braccio destro di Mendes…). Quell’ultima carta da giocare che Mendes si era riservato, quella originata dal “ribaltone” della terza decisione, è diventata ancor più sfrontatamente pericolosa da giocare.

Il Supremo è in ferie fino ad inizio febbraio; solo allora si saprà quale linea la corte deciderà di seguire. Fatto sta che se Peluso dovesse orientare la corte a riesaminare da capo il caso, ossia la legittimità della decisione di Lula, ciò significherà andare a cercare uno scontro istituzionale di proporzioni spaventose ed inedite nella storia del Brasile democratico. Una mossa che appare troppo audace persino per una falange che pure di audacia ne ha già dimostrata; con il Paese fresco di elezioni ed una maggioranza, sia popolare che parlamentare, nettissima in mano al governo di sinistra, un attacco istituzionale simile rischierebbe di essere una manovra suicida; senza dimenticare che, nel farlo, il Supremo dovrebbe esplicitamente attaccare Lula in persona, che rimane comunque una figura amata e riverita in modo quasi unanime (approvato da oltre l’80% dei brasiliani) dalla popolazione. Un tentativo di sovvertire la decisione presidenziale, come si è visto, potrebbe basarsi soltanto sulla presunzione che Lula non abbia rispettato il trattato Italia-Brasile: dichiarare una cosa simile, da parte della corte suprema, equivarrebbe a tutti gli effetti a dichiarare che Lula ha deliberatamente violato la Costituzione, cosa che, se l’ex presidente fosse ancora in carica, sarebbe motivo per un immediato processo di impeachment, come vari giuristi hanno immediatamente chiarito già il 31 dicembre. Un attacco revisionista del genere contro la figura politica più amata della storia del Brasile - figura peraltro pronta a difendersi a volontà in qualsiasi momento, senza più nemmeno l’obbligo istituzionale di mantenersi diplomatico - rischierebbe di ritorcersi brutalmente contro i suoi autori. Ma dopo la disfatta elettorale l’opposizione è allo sbando, e Mendes e i suoi scagnozzi potrebbero decidere di aver ben poco da perdere a scatenare il caos istituzionale.

Se siete arrivati fin qua, complimenti a voi; purtroppo però come vedete in questo post c’è un sacco di roba ma nessuna risposta facile alla domanda che tutti ci poniamo, ossia “Ma allora Battisti tornerà un uomo libero o no?”. Ci sono motivi, come ho provato a spiegare, sia per essere ottimisti sia per restare preoccupati. Certo è che la partita non è ancora finita, anzi la vicenda è in pieno divenire, giorno dopo giorno letteralmente (ecco perché non ho voluto scrivere sull’argomento subito dopo la decisione di Lula), e difficilmente avremo qualche certezza seria prima del rientro dalle ferie del STF a febbraio. Nel frattempo, manteniamo gli occhi ben aperti e diffondiamo il più possibile la consapevolezza dei fatti reali. è l’unica possibile opposizione allo squallido teatrino fascistoide montato dal governo italiano e alla forse ancor più triste connivenza della cosiddetta sinistra italiana con un potere autoritario e vendicativo che nulla, nulla ha a che spartire con la vera giustizia.

Grazie per la lunga spiega! Ci voleva. 

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  2. seia ha rebloggato questo post da emmanuelnegro e ha aggiunto:
    ricostruzione ho
  3. ze-violet ha rebloggato questo post da emmanuelnegro e ha aggiunto:
    refuso froidiano “maggioranza rosicata”, delizioso) Grazie, intanto. Spiace apprendere
  4. reginazabo ha rebloggato questo post da emmanuelnegro
  5. uomoinpolvere ha rebloggato questo post da emmanuelnegro e ha aggiunto:
    Grazie per la lunga spiega! Ci voleva.
  6. postato da emmanuelnegro

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